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Quadri
d’autore
Insieme alla locomotiva, erano i cantieri gli elementi che per Giuseppe De Nittis, per Maximilian Luce e per i loro contemporanei meglio esprimevano l’essenza della modernità, dei cambiamenti in corso e della loro forza sconvolgente: “La costruzione del Sacre Coeur”, ad esempio, dove le impalcature si stagliano sulla città, o la nuova struttura cittadina come Haussman la volle, e che alle Piramides offre uno dei suoi ponteggi. Certo non era pittura sociale la loro, non c‘erano intenti di denuncia nelle loro opere, ma solo la volontà di celebrare l’euforia di un’epoca, la costruzione di una società nuova. Costruire, cambiare, aprire sempre nuovi orizzonti…. Tutto parte proprio di li, dal cantiere: era così al tempo degli espressionisti, è così oggi, nella costruzione materiale come in quella sociale.
Un secolo più tardi, con un altro linguaggio e con diversi intenti, John Turturro avrebbe girato Mac, dove di nuovo il protagonista assoluto
sarebbe stato il cantiere: il cantiere e la sua quotidianità, vale a dire drammi, conflitti, scelte di vita. Storie, ma soprattutto persone che di queste storie sono protagoniste: uno spaccato vivo e fedele del mondo composito dell’emigrazione e dell’edilizia nell’America del secondo dopoguerra, con le dinamiche dell’una e dell’altra che si giustappongono e si intersecano: le rivalità personali, la concorrenza, le aspirazioni al miglioramento, i successi, le sconfitte, le speranze riposte nella seconda generazione… Se poi apriamo gli album di famiglia degli emigranti, possiamo essere sicuri che qualche cantiere farà capolino tra le tante immagini che testimoniano la mobilità passata: l’ardita costruzione o il pasto frugale tra mattoni e calce, la squadra in azione o lo specifico intriso d’orgoglio
capolavoro individuale. È il fare e il saper fare, la capacità di costruire, di rendere concreti e positivi, manipolando la materia, i percorsi di vita nati dalla sconfitta e sviluppatisi nella difficoltà e nel disagio. Il cantiere, le testimonianze di viaggi conclusi, e nel contempo finestre aperte su un procedere senza fine, sulla trasformazione continua: della materia, dell’ambiente, delle persone che sul cantiere ridisegnano paesaggi e relazioni.Tutto cambia, ma le dinamiche continuano ad essere le stesse; stesse le vicende, stessi i problemi, stessi, i modi di affrontarli e risolverli. E, paradossalmente, anche i volti dei protagonisti si scoprono appartenere sempre ad una stessa categoria: sono sempre espressione dei flussi migratori in atto!
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Giuseppe
De Nittis,
Place des Pyramides I
1875, olio su tela, 92 x 55 cm
Muséè d'Orsay, Parigi

Francia: Le Puy em Velay
anni trenta
Muratori di Torrazzo durante i lavori di costruzione di
un ospedale.
Fondazione Sella
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Il cantiere come osservatorio dei flussi
Ed è questo il primo dato su cui riflettere: se volete sapere qual è la composizione migratoria del momento basterà superare calcinacci e impalcature, osservare i volti, ascoltare le parlate e, senza rischio di errore, sarete in grado di descrivere gli arrivi recenti e quelli consolidati, i gradi di integrazione e le permanenze pensate come temporanee, le aspirazioni e i bisogni.
E se poi, volendo andare a ritroso, sostituite l’osservazione diretta con le fonti documentarie: ebbene, troverete gli stessi risultati! Un solo esempio, e riguarda la Francia del XX secolo: mai nei cantieri la percentuale dei non francesi scese al di sotto del 25%. Italiani, spagnoli, portoghesi, polacchi e infine maghrebini si avvicendarono sulle impalcature in modo più o meno regolare, più o meno legale per tutto il XX secolo.Ma la Francia non è un’eccezione, e l’Europa intera vi si può riconoscere. Se poi spostiamo la nostra attenzione, la nostra cinepresa virtuale sul Medio Oriente petrolifero degli anni Settanta ad esempio: ebbene, dovunque ci dirigiamo, tutte le inquadrature ci offrono anche qui lo spettacolo di immensi cantieri popolati di immigrati. Già nel 1975, due milioni di lavoratori -che divennero otto nell’arco di pochi anni- vi si erano trasferiti, e di essi il 36% era impiegato nell’edilizia. Provenivano dall’Egitto, dalla Giordania, dallo Yemen del Nord, dal Pakistan, ma anche dall’Europa e dagli Stati Uniti.Continuiamo ancora a filmare, e puntiamo l’obiettivo sui cantieri italiani di oggi. Nessuna sorpresa: i volti dei lavoratori, nelle grandi come nelle piccole imprese, ci propongono al completo le migrazioni più recenti, insieme con le loro tragedie: maghrebini e albanesi si contendono il triste primato dei lavori più faticosi e peggio pagati, ma anche i rumeni, e addirittura i cinesi nelle cave di pietra ci ricordano quanto composito sia il panorama migratorio oggi, e quanta sofferenza lo accompagni. E così via… non basterebbe tutta la pellicola del mondo per filmare anche solo una minima parte delle storie dei migranti dell’edilizia, manovali o professionisti che siano.
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Germania: Amburgo 1963
Squadra di operai italiani addetti alla manutenzione
delle linee ferroviarie
M. D'Ottavio

Torino 2002
Cantiere dell'ex area Michelin in corso Umbria: Alison,
impiantista manutentore nigeriano (da sei anni in Italia) con i suoi
compagni di lavoro italiani e marocchini.
M. D'Ottavio

Torino 2002
Cantiere per la costruzione della linea metropolitana
1: El Hassan e Mohamed, muratori marocchini (da sette anni in Italia).
Sullo sfondo Giuseppe, autista di camion albanese (da cinque anni in
Italia).
M. D'Ottavio
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Il cantiere come luogo simbolico del cambiamento
Il cantiere come specchio della società che cambia, dunque: ma sarebbe riduttivo limitarsi a questa constatazione, per quanto importante. Il cantiere è, già lo si è detto, anche e soprattutto il luogo in cui il cambiamento si produce, luogo reale e ruolo simbolico insieme: col cantiere si costruiscono edifici per la società, si costruisce la società stessa, si sperimentano nuovi aggregati. In altre parole, il cantiere, dove approdano gli ultimi arrivati, offre le prime sperimentazioni di coesistenza, anticipa i possibili percorsi, propone le possibili configurazioni umane. È la società di domani che prende forma, e, prima ancora, consapevolezza, con la pluralità dei suoi obiettivi, con le sue speranze, con i suoi aggiustamenti… Ogni cantiere esplicita la voglia di edificare, la voglia di nuovo, la voglia di rendere concreti aspirazioni e desideri. Non è un caso che il primo degli obiettivi degli stessi migranti sia quello di costruirsi la casa, per sé stessi e per i propri familiari. In quanti casi, con le rimesse, si sono aperti nuovi cantieri nei paesi di origine, in quei villaggi abbandonati per inseguire un sogno? Molta della valuta doppiamente pregiata in cui si concretizzano le fatiche degli emigranti viene infatti spesa per costruire nuove case, per apportare migliorie a quelle vecchie, per edificare rustici, capannoni o garage: in alcune regioni del Bangladesh la retribuzione degli addetti alle costruzioni e ai servizi sono state spinte al rialzo dall’affluire delle rimesse; nella Grecia degli anni Sessanta i risparmi degli emigrati in Germania finanziarono il 40% dei nuovi edifici di Salonicco e fino all’80% di quelli sorti nelle città di medie dimensioni della fascia settentrionale.
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Svizzera 1905
Costruzione di una fattoria da parte dell'impresa
Gabella di Curino .
Fondazione Sella
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Il
cantiere come luogo della costruzione sociale
Luogo in cui compaiono per la prima volta le nuove popolazioni, su cantieri si creano osmosi, si mescola la gente: ma perché gli immigrati lo scelgono in modo preferenziale? La risposta nel tempo non è cambiata: lo spiegò con lapidaria semplicità un ex capocantiere italiano emigrato in Francia, riandando con la memoria alla seconda metà del XX secolo: “Si reclutava la manodopera senza contratto: le persone venivano assunte, se volevano andarsene se ne andavano. Non c’erano regole precise … mi hanno mandato spagnoli, turchi, polacchi…”.È lo stesso oggi: quello dell’edilizia, col suo fascino e coi suoi lati oscuri, è infatti il mondo della flessibilità per eccellenza, dove si può ricevere la paga anche per un giorno solo, dove per molte mansioni non è richiesta alcuna professionalità, dove i controlli legali sono scarsi. Unici requisiti imprescindibili: la disponibilità, la salute e la forza fisica, doti di cui, com’è noto, l’immigrato dispone ampiamente.
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Torino 2002
Cantiere per la costruzione del nuovo passante
ferroviario: Oliver carpentiere albanese (da tre anni in Italia).
M. D'Ottavio

Collegno (To)
Cantiere per la costruzione della nuova area di
insediamenti industriali: Gheorghe con il trapano pneumatico e
Marcello entrambi rumeni lavorano agli scavi stradali..
M. D'Ottavio
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Il cantiere come luogo della costruzione materiale
Nel cantiere si costruisce, ma non si costruisce che in minima parte per se stessi: tutt’al più si lasciano segni nelle cose degli altri. In alcuni casi - casi limite, è ovvio, ma proprio per questo significativi- addirittura si costruisce “contro” i propri interessi. L’esempio della Palestina risulta pregnante: la manodopera palestinese costruisce le case dei coloni israeliani occupanti, in una situazione che, se è frequente nel sud del mondo, non per questo è meno conflittuale e dolorosa. In altri casi addirittura l’emigrante è l’imprenditore che si è fatto da sé e che, da straniero, dirige la manodopera locale: tipica l’esperienza dei cantieri coloniali del XIX e del XX secolo. Quanti furono gli immigrati/imprenditori che nel Maghreb francese, come nel Corno d’Africa italiano, a volte partiti per bisogno, a volte per insofferenze politiche, impiegarono manodopera locale per costruire case, ospedali, ma anche, triste ironia, caserme e prigioni poi popolate dagli autoctoni più sfortunati?Simile il percorso nei Docklands londinesi, dove una manodopera in gran parte straniera ha reso possibile la realizzazione di una delle più prestigiose ristrutturazioni del mondo, in un’area che le è rigidamente preclusa. Un territorio storicamente esclusivo di una comunità immigrata, quella cattolica irlandese, si è volutamente mantenuto “puro” da ogni altra contaminazione, soprattutto quella colorata dei pakistani e dei bengalesi, non disdegnando però, nelle opere di risanamento, le braccia nere degli africani o dei
caraibici.
Non dimentichiamo poi che la presenza degli immigrati sollecita di per sé nuove costruzioni, risposte alle nuove esigenze di alloggio. Le nostre amministrazioni si sono talvolta mosse nella direzione di ghetti obbrobriosi sia dal punto di vista umano, sia da quello estetico: non hanno purtroppo nulla di eccezionale, per fare solo un esempio, i quartieri che Torino - il polo industriale delle migrazioni italiane degli anni Sessanta- ha costruito per i suoi immigrati meridionali venuti a lavorare alle catene di montaggio dell’automobile. In altri casi si è scelto -ed è questo il caso di Marsiglia- di ristrutturare e riadattare alle nuove esigenze quello che già esiste, rivalutandolo e rivitalizzandolo, secondo quella logica che rende le grandi città vive e pulsanti. La logica cioè di offrire sempre soluzioni nuove al cambiamento, oasi di accoglienza più o meno vaste, più o meno evidenti, più o meno confortevoli, che col tempo possono trasformarsi in qualcosa di buono e bello per tutta la comunità. E la Belsunce maghrebina, proprio lì dietro il porto, ne è la evidente dimostrazione.
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Congo Belga 1918-1924
Impresa di Attilio Candelone di Vegliomosso .

Cina.Yun Nan, 1905
Costruzione della ferrovia di Lao Kai-Iunnansen.
Impresari e operai di Campiglia Cervo
Fondazione Sella

Francia. Tours 1°maggio 1952
L'impresa Novello famiglia originaria di Postua,
nell'alto Biellese.
Fondazione Sella
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Il cantiere come luogo delle sfide ardite
Grandi sfide sociali: sul cantiere inizia il percorso di conoscenza reciproca e delle altrui culture. Grandi sfide economiche, grandi sfide culturali… Ma non basta: la prima sfida, la sfida più grande è quella individuale, di chi vuole aver successo. E il cantiere questo lo consente.Col cantiere, sul cantiere si può far fortuna, si può passare con relativa facilità da manovali a imprenditori: pochi sono i capitali richiesti, mentre grande importanza ha lo spirito di iniziativa e la voglia di lavorare. La sfida è innanzitutto nei confronti di sé stessi, e si accompagna molto spesso a quello che potremmo chiamare “l’amore per il lavoro ben fatto”. Felicità, ci confida Mac, il già citato protagonista dell’omonimo film di John
Turturro, è “amore per il tuo lavoro. Se odi il tuo lavoro odi la tua vita. Mi piace il mio lavoro. Un lavoro io lo faccio per me stesso. Ogni lavoro è come il primo amore”.Il cantiere è anche la sfida delle grandi opere, delle costruzioni ardite, delle grandi specializzazioni tecniche e artistiche, del dominio sulla materia. E qui ci troviamo di fronte ad un’altra migrazione, che si aggiunge a quella delle braccia di cui abbiamo parlato finora: l’emigrazione dei cervelli, delle competenze tecniche, delle progettazioni di ampio respiro. Si pensi ad imprese titaniche come la diga di Aswan, al salvataggio dei templi di Abu Simbel e di Philae, possibili solo grazie alla sinergia delle competenze le più diverse: ingegneri, architetti, archeologi, storici, antropologi, e venuti da ogni parte del mondo!Si pensi ai percorsi del marmo, alle antiche professionalità ad esso collegate, ad un sapere che si è costruito all’estero, su particolari rotte migratorie, che si è tramandato da una generazione all’altra, rafforzandosi e eludendo ogni attentato dispersivo. Una sfida che ha vinto, e vince tutt’oggi, in situazioni tanto ardite quanto avvincenti, in una dimensione che rifiuta le frontiere, di qualunque natura esse siano: politiche, culturali, economiche. E che invece si avvale proprio dell’apporto della diversità, qui sempre concepita come risorsa e mai come ostacolo.
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Torino 2002
Cantiere dell'ex area Michelin in Corso Umbria: alison
e Giuseppe
M. D'Ottavio

Egitto 1890
Operai italiani durante i lavori per la costruzione
della diga di Aswan
Fondazione Sella

Persia 1933-1936
Ponte ferroviario sul Wresk 110 metri sul livello
dell'acqua. Opera di Cesare Delleani.
Fondazione Sella
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Il cantiere come fucina di nuove identità
Ed è qui la magia di tutto il percorso: il fatto che sui cantieri non si perda l’identità, che sui cantieri non ci sia assimilazione. Non si perde l’identità ma si costruiscono identità nuove. Dai cantieri nasce il nuovo, attingendo a piene mani dal vecchio, sia come risorse umane, sia come esperienze, idee, modelli.Nascono le nuove costruzioni materiali, i nuovi edifici, quelli di pietra e di mattoni, ma nascono anche e soprattutto le nuove costruzioni sociali, quelle delle persone, delle culture. Migliaia di storie vi si incrociano, ma ciascuna uguale solo a se stessa, così per il marocchino arrivato per ultimo alla stazione di Torino, così per i pionieri italiani di oltre un secolo fa, e lo spettro che ne emerge è ogni giorno più sfaccettato. Nello stesso tempo però da queste storie nasce qualcosa di nuovo: una sorta di peculiare identità degli uomini dell’edilizia, che nell’emigrazione trovano il loro comune punto di partenza, che nel cantiere trovano la loro comune occasione, e che poi ciascuno usa e modella a seconda delle sue possibilità, del suo bagaglio, delle sue esperienze nel suo percorso all’interno della società di accoglienza.
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Egitto. Alessandria 1890
Muratori Biellesi.
Fondazione Sella

Collegno (To)
Cantiere per la costruzione della nuova area
d'insediamenti industriali: Giany, Victor, Daniel, Sorini, Cristi
(rumeni da un anno in Italia specializzati nella posa di pavimenti
autobloccanti.
M. D'Ottavio
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